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Il Galileo di Odifreddi e i segreti delle "parole del cielo"
Lun, 01/03/2010 - 08:46Gran finale per l’Anno Internazionale dell’Astronomia al Planetario Infini.To di Torino. Su un doppio versante: scientifico e umanistico. Il 5 marzo Pier Giorgio Odifreddi parlerà di Galileo Galilei, protagonista del suo ultimo libro, e del rapporto tra matematica e astronomia. Il 12 marzo due studiosi di Storia della lingua italiana, Gian Luigi Beccaria (foto) e Claudio Marazzini, racconteranno le origini delle “parole del cielo”, dai nomi delle costellazioni a quelli che definiscono la topografia dei pianeti visitati da sonde spaziali.
Con la sua solita irriverenza, di Galileo Galilei il “matematico impertinente” metterà in luce non solo il fondamentale lavoro di fisico, matematico e astronomo, ma anche le debolezze umane e i complessi rapporti con i suoi contemporanei, da Cosimo de’ Medici ai pontefici, da Keplero agli accademici aristotelici. In modo diverso, sarà però insolita e sorprendente anche la serata dedicata alla nomenclatura astronomica. E naturalmente c’è un filo che le collega, rappresentato proprio da Galileo.
I nomi delle stelle sono in gran parte di origine araba, a testimonianza dello splendore di quella cultura nei secoli del medioevo. Le costellazioni boreali risalgono invece, per lo più, alla mitologia greca, talvolta filtrata dai latini: ci narrano storie di re e principesse, mostri e cacciatori, animali realmente esistenti (Cigno, Leone, Orsa) e animali fantastici (Capricorno, Unicorno, Pegaso, il cavallo alato). Ma la cultura popolare e cristiana si è spesso sovrapposta. Le stelle della cintura di Orione (costellazione addirittura di origine sumera) sono anche “i tre re” (Magi). La Via Lattea diventa la Strada di San Giacomo che conduce al Santuario di Compostela (Campus Stellarum), non è soltanto una traccia lasciata in cielo dal prorompente seno di Giunone, che era, appunto, giunonico...
Le costellazioni australi, scoperte dai navigatori nel Cinquecento e battezzate nei due secoli successivi, risentono della nuova mentalità tecnico-scientifica: troviamo Microscopio e Telescopio, Sestante e Compasso, più qualche animale esotico come il Tucano o il Camaleonte. Per il resto, la più recente nomenclatura celeste spesso non corrisponde ai desideri dei maggiori astronomi, o alle loro piccole vanità, ma sembra piuttosto frutto del caso.
Galileo ha lasciato il nome generico di “mari” alla macchie che si vedono sulla Luna ma non riuscì a imporre ai satelliti di Giove che aveva scoperto il nome di Stelle Medicee, operazione certamente un po’ cortigiana ma ben comprensibile in quei tempi. Fu il suo nemico e rivale Simon Mayr a battezzarli (e anche a contendergli disonestamente la scoperta). In modo simile, William Herschel dovette subire il nome di Urano per il pianeta da lui scoperto nel 1781, che avrebbe voluto dedicare al re d’Inghilterra, suo mecenate, chiamandolo Georgium Sidus. Giovanni Schiaparelli ebbe invece la soddisfazione di vedere universalmente accettata la sua nomenclatura della superficie di Marte, anche nei casi in cui aveva visto strutture geologiche inesistenti.
Gli asteroidi, molto più numerosi di quanto gli astronomi avessero all’inizio sospettato, hanno esaurito la scorta di nomi mitologici. Ormai se ne conoscono trecentomila e circa diecimila hanno un nome. Si è rimediato con nomi geografici, di piante, di uomini più o meno illustri. Ma, affinché nessuno si monti la testa, c’è persino un asteroide dedicato a un cane: è Ruby, scoperto da un’astronoma dell’Osservatorio di Klet nel 1979.
A dettare regole certe è venuta una apposita Commissione della International Astronomical Union, che nel 1930 ha definitivamente stabilito nomi ed estensione delle 88 costellazioni ufficiali. Con le imprese spaziali, che hanno fatto conoscere nei minimi particolari la superficie di pianeti e satelliti, la Commissione ha avuto un gran lavoro. Si sono cercati criteri per fare un po’ di ordine. Crateri e formazioni geologiche di Mercurio, per esempio, hanno nomi di artisti: Giotto, Flaubert, Carducci, Beethoven, Verdi, Vivaldi, Zola...
Nuovi oggetti o fenomeni celesti hanno nomi spesso suggestivi dall’origine più o meno stravagante. Big Bang viene da una battuta scherzosa di Fred Hoyle, accanito sostenitore di una diversa teoria. Buco nero è una invenzione dell’astrofisico John Archibald Wheeler (prima si parlava di Dark Star). Pulsar viene dalla contrazione di pulsating star, quasar da quasi-stellar radio source.
Piergiorgio Odifreddi è probabilmente il matematico più noto al pubblico italiano grazie ai suoi libri e all'intensa attività di divulgazione scientifica. Dopo la laurea ha trascorso periodi di formazione negli Stati Uniti e nella ex Unione Sovietica. Ha inoltre insegnato logica all'Università di Torino ed è stato visiting professor alla prestigiosa Cornell University negli Stati Uniti. Tra le sue opere ricordiamo “Il Vangelo secondo la Scienza” (1999), “C'era una volta un paradosso” (2001) e “Il matematico impertinente” (2005). Dal 2007 al 2009 ha organizzato il Festival della Matematica di Roma riuscendo a coinvolgere molti vincitori di premi Nobel e della medaglia Fields.
Gian Luigi Beccaria è tra i più illustri studiosi di storia della lingua italiana. Laureatosi in glottologia con Benvenuto Terracini, ha insegnato all’Università di Salamanca e, fino a pochi anni fa, all’Università di Torino. E’ diventato molto popolare partecipando al programma di Raitre “Parola mia” condotto da Luciano Rispoli (1985-1988 e 2002-2003). E’ autore di libri di successo che hanno piacevolmente divulgato la storia della lingua italiana. L’ultimo è “Misticanze”, sulle parole della gastronomia (Garzanti). Tra gli altri ricordiamo “I nomi del mondo” (Einaudi) e “Sicuterat. Il latino di chi non lo sa” (Garzanti).
Claudio Marazzini insegna Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale. Autore di centinaia di pubblicazioni accademiche, come appassionato di astronomia ha dedicato anche alcuni saggi all’origine delle “parole del cielo” e un saggio alla nascita della parola “astrofilo”, termine che fa la sua comparsa in Francia all’inizio dell’Ottocento e compare per la prima volta in italiano nella traduzione di un libretto di astronomia del belga Adolphe Quetelet, matematico, astronomo, meteorologo e fondatore della statistica scientifica, per questo apprezzato da Cesare Lombroso.
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Marte: requiem per il robot "Spirit"? No, seconda vita!
Lun, 22/02/2010 - 07:01La luce color rubino di Marte splende ancora alta nel cielo a notte fonda, a Est di Castore e Polluce, le stelle dei Gemelli. Ma ormai Marte si allontana, ogni sera perde un po’ del suo splendore, che è stato massimo negli ultimi giorni di gennaio, quando il pianeta è transitato all’opposizione, cioè si è trovato allineato con il Sole e con la Terra.
Non è stata una opposizione favorevole: il diametro del pianeta ha raggiunto i 14 secondi d’arco, 10 di meno della grande opposizione del 2003. Al telescopio si è visto poco: la calotta polare nord e le strutture maggiori, come la Grande Syrte. Suggestivo però, mentre si scrutava il dischetto rossastro, era pensare che su quel pianeta sono scesi con successo sei robot (i due Viking, Pathfinder, Spirit, Opportunity e Phoenix, tutti della Nasa) e che anche adesso orbitano intorno ad esso satelliti che si inviano eccezionali immagini della sua superficie.
“Spirit”, “Opportunity” e “Phoenix” sono i robot più recenti.
Partito nel 2003 e arrivato su Marte nel gennaio 2004, “Spirit” è stato dichiarato ufficialmente estinto il 26 gennaio 2010 dopo cinque anni di attività gloriosa: la commemorazione è apparsa su “Nature” del 4 febbraio scorso. La sabbia marziana gli ha tolto le ultime energie velando i suoi pannelli fotovoltaici. Sceso nel cratere Gusev, complessivamente ha percorso sul suolo marziano 7.730 metri, imbattendosi, tra l’altro, anche in due meteoriti. Nel 2006 aveva tagliato in piena efficienza il traguardo di mille “sol” (la giornata marziana, pari a 24 ore e 40 minuti). Danneggiato dalla polvere desertica, nell’aprile 2009 la Nasa per due volte aveva cercato di rianimarlo ricaricando il programma del suo computer. Invano. “Spirit” ha così lasciato solo il robot gemello “Opportunity”, ancora attivo presso il cratere Conception.
Non è però del tutto giusto considerare “Spirit” come un robot cadavere. “Spirit” non è più in grado di muoversi, ma potrà essere utile come laboratorio fisso sfruttando ogni residuo di energia che i pannelli solari produrranno per far funzionare i suoi strumenti e trasmettere i dati. E’ quindi iniziata, in un certo senso, una seconda vita sedentaria di “Spirit”. Nel suo stato di immobilità forzata, continuerà le ricerche: “Ci sono cose che possiamo studiare solo con un veicolo stazionario e che avevamo dovuto abbandonare per tutto il tempo in cui il rover si è mosso su Marte – dice Steve Squyres, della Cornell University – La mobilità perduta non significa che la missione debba per forza finire; contiamo di studiare il suolo intorno al rover e la struttura interna di Marte per capire se abbia un nucleo liquido o solido”.
Altra storia di una epica agonia. Tra il 19 e il 20 gennaio, poco prima dell’opposizione, il Mars Odissey Orbiter ho compiuto 11 sorvoli del polo Nord marziano cercando di captare qualche segnale di “Phoenix”, sceso in quella regione il 25 maggio 2008. Silenzio, soltanto silenzio. “Odissey” proverà ancora ad ascoltare eventuali messaggi radio di “Phoenix” in marzo, poi bisognerà rassegnarsi. D’altra parte il robot ha fatto più di quanto la Nasa si aspettasse, rimanendo in funzione per due mesi oltre i tre programmati. Se fosse ancora “vivo” sarebbe davvero un fenomeno degno dell’“araba fenice”, l’uccello favoloso che secondo il mito rinasceva dalle proprie ceneri.
Concepito nel 2003 dal Lunar and Planetary Laboratory all’Università dell’Arizona e dal Jpl insieme con l’agenzia spaziale canadese, “Phoenix” è partito il 4 agosto 2007 da Cape Canaveral con l’affidabilissimo razzo Delta II della Boeing. Compito difficile: scendere vicino al polo Nord di Marte, dove altre sonde avevano sempre fallito, e cercare tracce di vita microbica in una regione dove secondo i dati raccolti da “Odissey” è sicura la presenza di ghiaccio di acqua.
Dotato di un braccio per scavare e di un laboratorio per analizzare i campioni di suolo marziano estratti sotto gli strati superficiali gelati (foto), il robot Phoenix ha lavorato fino al 10 novembre 2008 alla ricerca di microrganismi attuali o anche esistiti in passato, negli ultimi 100 mila anni. I suoi strumenti ed esperimenti di “chimica umida” erano in grado di rilevare gli elementi tipici della vita, e in particolare composti di carbonio, azoto, fosforo e idrogeno. Una telecamera e “occhi” stereoscopici guidavano il braccio robotizzato. L’esperimento Tega era il più importante: consisteva nel riscaldare il materiale marziano per analizzarlo con uno spettrometro di massa. Un altro esperimento (Meca) combinava un microscopio a forza atomica con un laboratorio chimico e un test di conducibilità elettrica. Completava l’attrezzatura del robot una stazione meteorologica concepita per studiare il ciclo dell’acqua e le variazioni di pressione, temperatura e polveri nell’atmosfera artica marziana.
L’acqua liquida – che non può esistere nelle condizioni di temperatura e pressione oggi presenti su Marte – è fondamentale per la vita in quanto trasporta le sostanze chimiche fuori e dentro le cellule e in quanto le proteine e i processi biologici richiedono acqua per potersi svolgere. Inoltre l’acqua ha proprietà fisiche singolari: in particolari condizioni può rimanere liquida anche a parecchi gradi centigradi sotto lo zero, ha un’alta capacità di immagazzinare e rilasciare calore, galleggia quando gela e le sue molecole sono elettricamente polarizzate, permettendo a molecole di sale e di zucchero di entrare in soluzione nei liquidi cellulari. La speranza è che queste speciali caratteristiche permettano la vita anche in condizioni estreme come quelle di Marte.
I risultati sono comparsi su “Science” poco dopo la fine della missione. “Phoenix” ha stabilito che il suolo artico di Marte è lievemente alcalino (pH 7,7) ed è riuscito a osservare vapore acqueo. Sono stati trovati ioni di calcio, magnesio, sodio e potassio. In complesso il livello di salinità è modesto. Sorprendente è stata la scoperta di perclorato, un potente ossidante che di solito impedisce la vita ma che i batteri anaerobi a volte utilizzano per ricavare energia. Questi dati sembrano lasciare qualche speranza dal punto di vista biologico. Le analisi hanno indicato la presenza di molecole di acqua e anidride carbonica rilasciate dai minerali contenuti nei campioni di terreno durante il ciclo di riscaldamento alla massima temperatura prevista dagli esperimenti (circa 1000 °C). La stazione meteo ha osservato una nevicata scendere da nubi a forma di cirro. Insomma, un paesaggio ostile, ma che alcuni fenomeni ci rendono un po’ più familiare.
Conclusioni? Una sola è certa: per uscire dall’incertezza serviranno altre missioni. Per fortuna verso i robot spaziali l’amministrazione di Barack Obama ha manifestato grande apertura.
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Luna: l'inutile scoperta dell'acqua (gelata)
Lun, 15/02/2010 - 08:20Ora che Barack Obama ha cancellato il programma Ares-Constellation che nel 2020 avrebbe dovuto portare a una base lunare permanente, sembra quasi una beffa la scoperta che pochi mesi fa occupò le prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Cento litri di acqua, la metà di quella che un italiano consuma in un giorno, ma a renderla speciale c’era che gli astronomi l’avevano trovata sulla Luna. Meglio: l’avevano prodotta. Fuggevolmente. Perché prima era ghiaccio misto a terriccio e subito dopo è diventata vapore.
Era il 9 ottobre dell’anno scorso, quando la Nasa bombardò il fondo buio del cratere Cabeus (disegno) con un “proiettile” sganciato nel corso della missione LCROSS (Lunar CRater Observation and Sensing Satellite). E se 100 litri vi sembrano pochi, ricordate che è pur sempre la quantità di acqua che a un africano deve bastare per 10 giorni.
Il proiettile ha sollevato una nube di polveri e gas nella quale una sonda rimasta ancora per un po’ in orbita lunare è riuscita a trovare la “firma” spettroscopica dell’acqua. Per il calore sviluppato dall’impatto, 100 chilogrammi di ghiaccio sotto forma di permafrost si sono trasformati istantaneamente in vapore. Ci si aspettava un impatto molto più vistoso, ben visibile da terra. Invece sono state necessarie alcune settimane di analisi per estrarre dai dati le informazioni desiderate.
Riassumiamo i fatti. Il 18 giugno 2009 un missile Atlas che portava come stadio superiore un razzo Centaur lanciò da Cape Canaveral verso la navicella “Lunar Reconnaissance Orbiter” (LRO). Il carico comprendeva anche una sonda minore, appunto LCROSS. Il 23 giugno la navicella principale entrò in orbita polare intorno alla Luna tenendosi a 50 chilometri dal suolo e incominciò a lavorare intensamente. Un suo strumento (Diviner Lunar Radiometer Experiment, DIRE) disegnò mappe termiche delle regioni polari identificando le zone eternamente in ombra, dove la temperatura si mantiene stabile sui -240 °C. In parallelo, lo strumento Lunar Exploration Neutron Detector (LEND) accertava che dove la temperatura era più bassa esistono concentrazioni di idrogeno e quindi, molto probabilmente, di acqua ghiacciata.
LCROSS e il razzo Centaur intanto si preparavano al suicidio sulla superficie lunare seguendo un’orbita fortemente ellittica con un periodo di 37 giorni. Il 9 ottobre, quando i kamikaze erano a 87 mila chilometri dalla Luna, il razzo Centaur si staccò da LCROSS e puntò sul cratere Cabeus, vicino al polo sud della Luna, dove si schiantò 9 ore e 40 minuti dopo alla velocità di 2,5 chilometri al secondo, impatto non trascurabile considerando che la massa era di 2,3 tonnellate. LCROSS, che seguiva da vicino, registrò ogni fase del suicidio programmato e trasmise i dati con l’analisi spettroscopica della nube di gas e polveri generata dall’impatto. Un lavoro febbrile, concentrato in 4 minuti, dopo i quali anche LCROSS concluse violentemente la sua missione a poca distanza dal razzo Centaur.
LCROSS aveva a bordo una videocamera ottica, quattro camere sensibili all’infrarosso (due nel vicino IR e due nel medio), uno spettrometro nell’ultravioletto visibile e due nell’infrarosso, un fotometro progettato per cogliere il bagliore dell’impatto nell’eterno buio di Cabeus. Il diametro del cratere generato dal primo proiettile risultò largo 14-20 metri e profondo 2. Gli spettrometri infrarossi e Uv hanno rivelato le righe di assorbimento dell’acqua a 1,4 e 1,9 micron nell’infrarosso e il radicale OH nell’ultravioletto a 0,308 micron, oltre alla “firma” dell’acqua a 0,619 micron. Fine di una lunga quérelle, problema risolto.
L’origine dell’acqua lunare può essere di tre tipi: acqua originaria della Luna (improbabile), acqua generata dall’azione del vento solare (possibile, ma solo in piccole quantità), acqua portata dalla caduta di comete e rimasta sul fondo del cratere Cabeus A in quanto lì non arrivano mai i raggi del Sole (ipotesi più probabile).
La scoperta è tanto più sorprendente se si ricorda che subito dopo l’impatto sembravano poche le speranze di ottenere risultati scientificamente utili. I maggiori telescopi al suolo, tra i quali i due Keck da 10 metri di apertura alle isole Hawaii e il Gemini Nord, non erano riusciti a osservare il lampo dell’impatto, la cui luminosità era stata molto sovrastimata. Anche al telescopio spaziale “Hubble” sono sfuggiti sia l’impatto sia il pennacchio di detriti che ne derivò.
Abbiamo accennato al fatto che sulla Luna, grazie all’aiuto del Sole, c’è una fabbrica naturale di acqua. La scoperta si deve allo strumento SARA che l’Agenzia spaziale europea (Esa) aveva collocato a bordo della navicella spaziale indiana “Chandrayaan-1 Orbiter. Il meccanismo che produce l’acqua lunare è singolare. In un certo senso, la Luna si comporta come una spugna che assorbe le particelle cariche elettricamente che il Sole lancia nello spazio sotto forma di “vento solare”. Queste particelle (soprattutto protoni, cioè nuclei di idrogeno) interagiscono con gli atomi di ossigeno contenuti nei granelli di polvere lunare (regolite), generando molecole di acqua o ossidrile, cioè la molecola O-H progenitrice dell’acqua. La “firma” di queste molecole (ossidrile e acqua) è stata riconosciuta anche dallo strumento M3, “Moon Mineralogical Mapper”, sempre a bordo della navicella indiana. SARA ha confermato la cattura dei protoni nella regolite da parte dell’ossigeno.
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Shuttle in orbita, Stazione Spaziale quasi completata. E poi?
Lun, 08/02/2010 - 10:56Uno sfolgorio nella notte di Cape Canaveral, un rombo martellante, e lo shuttle "Endeavour" ha spiccato il balzo verso la Stazione Spaziale (foto) portando nella stiva il Nodo 3 e la Cupola, una specie di veranda che permetterà agli astronauti di contemplare lo spettacolo della Terra e dell'universo.
Sarà provinciale, ma la prima cosa che viene in mente a un torinese è che quei due pezzi essenziali per il completamento della grande casa orbitante vengono dagli stabilimenti Thales Alenia Space di corso Marche. L'averli visti e toccati nella "camera pulita" dell'azienda torinese contribuisce all'emozione di fronte all'avventura iniziata questa mattina, dopo il rinvio di ieri dovuto a un passaggio di nuvole sulla Florida durante la finestra di lancio.
Il Nodo 3, chiamato "Tranquillity", è la struttura tecnologicamente più sofisticata che sia mai stata costruita per l’habitat spaziale. Con la sua forma a cilindro lungo 7 metri e largo 4,6, amplia lo spazio pressurizzato abitabile della Stazione (la metà del quale è viene dagli stabilimenti Alenia di Torino). Ma soprattutto svolge funzioni vitali che prefigurano il viaggio verso Marte: ricicla l’acqua utilizzata dall’equipaggio e produce l’ossigeno necessario per la respirazione degli astronauti riducendo la necessità di rifornimenti portati da terra, controlla e ripulisce l’aria, analizza eventuali sostanze tossiche. Ha poi le normali funzioni di raccordo con le altre parti della Space Station (chilometri di cavi!), dispone di una postazione robotica e offre quattro aree per il riposo di altrettanti membri dell’equipaggio.
La Cupola, parola italiana che con questo lancio diventa universale, parte integrante del Nodo 3, è stata ricavata quasi come una scultura da un unico blocco di alluminio grezzo per evitare ogni saldatura. Le sue sette finestre, sei laterali e una centrale, offriranno una vista spettacolare sulla Terra e verso lo spazio, proteggendo da meteoriti e radiazioni. Larga 2 metri e alta uno e mezzo, può ospitare contemporaneamente due astronauti e sarà anche una specie di torre di controllo che permetterà di seguire e guidare dall’interno della Stazione Spaziale le attività degli astronauti nello spazio aperto.
Affacciarsi sull'abisso dello spazio sarà un'esperienza meravigliosa: viaggiando a 27 mila chilometri orari, la Stazione Spaziale compie un'orbita intorno alla Terra in 90 minuti, in un giorno gli astronauti assistono a 15 tramonti e 15 aurore, i continenti sfilano sotto il loro sguardo alternando buio e luce, deserti e oceani, metropoli e steppe.
Con l'arrivo del Nodo 3 e della Cupola, la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) è quasi completata. Grande quasi come un campo da calcio, con una massa di 400 tonnellate e un volume abitabile di 1200 metri cubi, è uno straordinario laboratorio scientifico in microgravità, un ambiente dove fisica, chimica e biologia sono ancora in gran parte scienze da esplorare.
Oggi però, mentre si fanno più preoccupanti le minacce nucleari dell'Iran e le tensioni in Afghanistan, bisogna anche ricordare il significato che la ISS ha per la convivenza umana. Lassù Stati Uniti, Russia, Canada, Giappone e 11 paesi d'Europa sono una cosa sola, non esistono confini e conflitti ma solo piccole diversità culturali e di costume che rendono più affascinante la convivenza. Un mondo pacifico in miniatura. Dopo la competizione per la conquista della Luna, ancora tutta calata nell'epoca della "guerra fredda", lo spazio non ha fatto che unire i popoli. Il "muro" tra Occidente e Unione Sovietica è caduto molto prima del muro di Berlino: già nel 1975 avveniva l'incontro in orbita tra astronauti americani e russi durante la missione congiunta Apollo-Soyuz.
La specializzazione italiana nella costruzione di moduli pressurizzati abitabili risale alla costruzione dello Spacelab, creatura di Ernesto Vallerani che volò per la prima volta agli inizi degli Anni 80 del secolo scorso. Di lì si è sviluppata la tecnologia che ha permesso di realizzare i moduli logistici (in pratica dei cargo spaziali), il laboratorio europeo Columbus, i Nodi 2 e 3, la Cupola e il Permanent Multipurpose Module che fa da supporto alla ISS.
Il problema, ora, è che cosa fare di questo splendido giocattolo che è la Stazione Spaziale: il prossimo pensionamento degli shuttle e la decisione di Obama di fermare il programma del razzo Ares per il ritorno sulla Luna impone anche un ripensamento sul ruolo della ISS e sulla presenza americana a bordo, ora condizionata dai lanci russi con la Sojuz. Obama ha lanciato una nuova era dello spazio affidata, sotto la supervisione della Nasa, alla libera iniziativa commerciale. Vedremo che cosa ci riserva nei prossimi anni. Intanto Thales Alenia Space si è assicurata un ruolo anche nei programmi della Nasa "Commercial Orbital Transportation Services" e "Commercial Resupply Services". Questo consiste nel trasporto di carichi commerciali sulla ISS. Nel dicembre 2008 la Nasa ha firmato un contratto con la Orbital Science Corporation per poter usare il suo veicolo spaziale "Cygnus" come traghetto di carichi verso la Stazione Spaziale: nel giugno dell'anno scorso l'azienda spaziale torinese ha sottoscritto un contratto per la fornitura di nove moduli cargo pressurizzati adatti al "Cygnus". L'avventura continua.
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Veranda spaziale: lancio rinviato, oggi (o domani) si riprova
Lun, 08/02/2010 - 06:21Un velo di nuvole basse su Cape Canaveral ha fermato lo shuttle “Endeavour” che alle 10,40 ora italiana di ieri, 7 febbraio, avrebbe dovuto portare alla Stazione Spaziale Internazionale due pezzi di Italia: il Nodo 3 e la Cupola, entrambi realizzati alla Thales Alenia Space di Torino.
Ci si riprova oggi, di nuovo nella notte della Florida, alle 4,14, ma la Nasa ha già annunciato che il lancio potrebbe anche slittare a martedì se il tempo non si stabilizzasse dando tutte le garanzie di sicurezza.
Il conto alla rovescia è andato avanti regolarmente fino a pochi minuti dalla finestra di lancio prevista, una finestra come al solito stretta, una decina di minuti. Nessun intoppo tecnico, questa volta è stata la meteorologia a far rimandare la nuova avventura.
I lanci notturni hanno un fascino speciale: la storica rampa 39 a illuminata da potenti fasci di luce, il colore ramato del gigantesco serbatoio dell’idrogeno e dell’ossigeno liquidi, la navetta bianca, piccola rispetto all’insieme del serbatoio e dei due booster a combustibile solido che danno lo strappo iniziale, duemila tonnellate che si staccano dal suolo per raggiungere a 350 chilometri di altezza la Stazione Spaziale, il martellante frastuono dei motori che scuote il pubblico a sei chilometri di distanza, le fiamme che salgono nel cielo trascolorando dal bianco abbagliante al giallo al rossastro.
La mente va a ricordi lontani. Fu così, nella notte, che partì l’ultima missione verso la Luna, l’Apollo 17, nel dicembre del 1972.
Non è altrettanto epica, ma anche la missione appena rinviata, STS 130, la trentaduesima per la costruzione della Space Station, è destinata a lasciare un segno nella storia dell’astronautica. Sotto la guida del comandante George Zamka (nella foto poco prima che si fermasse il conto alla rovescia), con l’aiuto di altri cinque astronauti (tra i quali una donna, Kathryn P. Hire), due tasselli di grande importanza andranno ad aggiungersi alla Stazione Spaziale.
Il Nodo 3, battezzato Tranquillity, è la struttura tecnologicamente più sofisticata che sia mai stata costruita per l’habitat spaziale. Con la sua struttura cilindrica lunga 7 metri e larga 4,6, amplia lo spazio pressurizzato abitabile della Stazione (la metà del quale è viene dagli stabilimenti Alenia di Torino). Ma soprattutto svolge funzioni vitali che prefigurano il viaggio verso Marte: ricicla l’acqua utilizzata dall’equipaggio e produce l’ossigeno necessario per la respirazione degli astronauti riducendo la necessità di rifornimenti portati da terra, controlla e ripulisce l’aria, analizza eventuali sostanze tossiche. Ha poi le solite funzioni di raccordo con le altre parti della Space Station (chilometri di cavi!), dispone di una postazione robotica e offre quattro aree per il riposo di altrettanti membri dell’equipaggio.
La Cupola, parola italiana che con questo lancio diventa universale, sarà attaccata al Nodo 3 con un complesso lavoro in orbita. I tecnici di Thales Alenia Space l’hanno ricavata quasi come una scultura da un unico blocco di alluminio grezzo per evitare ogni saldatura, le sette finestre, sei laterali e una centrale, offriranno una vista spettacolare sulla Terra e verso lo spazio, proteggendo da meteoriti e radiazioni. Larga 2 metri e alta uno e mezzo, può ospitare contemporaneamente due astronauti e sarà anche una specie di torre di controllo che permetterà di seguire e guidare dall’interno della Stazione Spaziale le attività degli astronauti nello spazio aperto.
Insomma, festa rinviata, ma – si spera – per poco. In ogni caso sarà una festa con qualche malinconia, all’indomani dell’annullamento da parte del presidente Obama del Programma Constellation per il ritorno sulla Luna. Ma il traguardo Marte è ancora là, a fare da potente richiamo.
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Il 7 febbraio parte la "veranda" della Stazione Spaziale
Lun, 01/02/2010 - 08:17Imprevisti a parte, è fissato per domenica 7 febbraio con lo shuttle “Endeavour” il lancio della “Cupola” che verrà montata sulla Stazione Spaziale Internazionale (disegno). Sarà sistemata sul “Nodo 3”, denominato “Tranquillity”, anch’esso in partenza con la stessa missione. Entrambe le strutture hanno visto il forte impegno dell’industria spaziale italiana, in particolare della Thales Alenia Space e dei suoi stabilimenti di Torino. Possiamo immaginare la Cupola come una meravigliosa veranda che si sporge nello spazio. Permetterà manovre di attracco più sicure in quanto assistite dall’interno della Stazione, attività extraveicolari anch’esse controllate a vista, osservazioni del cielo e anche utili osservazioni della Terra.
Con una massa di 1800 chilogrammi, la Cupola potrà ospitare fino a tre astronauti contemporaneamente. Larga circa tre metri e alta un metro e mezzo, è fusa in un unico blocco di alluminio nel quale sono incastonate sette finestre a prova di meteorite: sei disposte come i lati di un esagono e una rotonda al centro.
Con l’arrivo della Cupola e del Nodo 3 la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) sarà completata al 90 per cento. Il primo modulo partì nel 1998 con un lancio russo automatizzato. Doveva essere completata verso il 2003...
Non sono tempi allegri per l’astronautica. Mentre due nuovi tasselli della ISS vanno a prendere il loro poso, il presidente Barack Obama ha ufficialmente annunciato ciò che si sapeva già ufficiosamente: non ci saranno soldi per il razzo Ares in fase di sperimentazione, sembrano quindi tramontare il ritorno sulla Luna e la costruzione di una base stabile sul nostro satellite. Anche Marte, che il 27 gennaio è passato nel punto più vicino alla Terra e ora domina le notti con la sua luce arancione, si allontana, in senso letterale e metaforico. Ma lo stesso futuro della Stazione Spaziale è incerto, e segretamente si programma il suo lento e graduale abbandono mentre è ancora da finire.
La missione Shuttle del 7 febbraio parte dunque in un clima di depressione, benché la Nasa abbia avuto assicurazioni almeno sul mantenimento del budget attuale. C’è anche, nell’opinione pubblica, americana ed europea, una crescente indifferenza. Sono lontani i tempi in cui le imprese spaziali calamitavano l’attenzione della gente. A quell’epoca d’oro ci riporta il libro di Stefano Cavina “Cosmonauti. Esploratori dell’infinito” (AIEP Editore, 300 pagine, 18 euro).
Premesso che “cosmonauti” è parola che dovrebbe essere usata propriamente solo per gli uomini dello spazio russi e che nella prima pagina della prefazione la didascalia alla foto di una galassia parla di una distanza di “migliaia di anni luce”, misura che rimane ben all’interno della nostra Via Lattea (si voleva probabilmente parlare quanto meno di milioni di anni luce, sono lapsus che capitano), ritroviamo qui, pazientemente schedate da Cavina, tutte le imprese astronautiche da prima dello Sputnik al 2007: incontriamo così i pionieri delle ascensioni sui palloni aerostatici, Gagarin, primo uomo ad andare in orbita, tanti avventurieri delle Soyuz russe, delle capsule Mercury e Gemini americane. Ogni missione è sintetizzata in una scheda di dati tecnici essenziali, mentre un testo accurato ne descrive lo svolgimento e il risultato. Il prossimo volume tratterà le missioni Apollo dirette verso la Luna, uno precedente ha rievocato lo Sputnik, primo satellite artificiale.
Stefano Cavina è nato a Ravenna nel 1955 e da vent’anni si dedica alla divulgazione aerospaziale. Scorrendo le sue pagine, un sessantacinquenne come me si accorge di aver attraversato un’epoca privilegiata. Ho visto l’alba della conquista dello spazio, i primi voli dei pionieri e poi le grandi conquiste delle missioni Apollo e Shuttle, il tutto inframmezzato da ancora più meravigliose esplorazioni del Sistema Solare per mezzo di sonde spaziali che hanno ormai svelato quasi tutto ciò che c’era da svelare. Per questo, assistendo alla smobilitazione dell’impegno americano nello spazio, almeno per quanto riguarda la presenza umana, si prova una certa malinconia, sentimento che probabilmente risparmia i giovani che la straordinaria epopea degli Anni Sessanta, Settanta e Ottanta non l’hanno vissuta. In compenso, loro potranno forse vivere una nuova epopea, una nuova frontiera dello spazio ritrovato, ma questa volta i nomi degli eroi saranno cinesi, giapponesi, indiani.
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Viviamo in un Universo all'uno per cento
Lun, 25/01/2010 - 07:07Chiuderà il 14 febbraio, poi andrà alla Città della Scienza di Napoli (Bagnoli) e infine troverà una sede stabile a Teramo. Siamo dunque arrivati alle ultime settimane utili per visitare a Roma la mostra “Astri e particelle”, organizzata per l’Anno Internazionale dell’Astronomia dall’Infn, Istituto nazionale di fisica nucleare e dall’Inaf, Istituto nazionale di astrofisica. E’ una mostra molto bella, piena di stimoli e suggestioni, anche se non facilissima per il visitatore comune che non disponga di una guida un po’esperta. E’ emozionante avvertire “materialmente” la pioggia di raggi cosmici che continuamente ci “bagna”, la nostra immersione in un bagno di neutrini, la deformazione dello spazio-tempo determinata dalla materia, l’origine stellare degli elementi di cui siamo fatti, gli strumenti al suolo e nello spazio che ci permettono di studiare l’universo sempre più a fondo.
Ancora più sorprendente è leggere la ricetta dell’universo. Che è la seguente:
4 per cento gas intergalattico
0,6 per cento stelle e pianeti
0,4 per cento neutrini
Qui finisce la parte del cosmo che finora l’uomo ha potuto esplorare, sia pure in modo disuguale: piuttosto bene lo 0,6 per cento costituito dalle stelle e dai pianeti; un po’ meno bene il contributo dello 0,4 per cento dato dai neutrini; in modo alquanto indiretto e vago il gas intergalattico. Poiché quest’ultimo rappresenta il 4 per cento, possiamo dire che fino ad oggi gli astronomi hanno osservato in modo soddisfacente soltanto l’uno per cento dell’universo.
La ricetta cosmica infatti comprende altri due componenti fortemente maggioritari:
23 per cento di materia oscura
72 per cento di energia oscura
Su queste due componenti che insieme significano il 95 per cento dell’esistente, non sappiamo in pratica quasi nulla.
Ma non è finita. Secondo alcune teorie che vanno dall’inflazione dovuta a una forza repulsiva nei primi istanti dopo il Big Bang alle Superstringhe, il nostro sarebbe soltanto uno tra i pressoché infiniti universi potenzialmente esistenti e destinati a rimanere per noi sconosciuti per sempre.
In quest’ultimo caso, da qualche parte in qualcuno degli innumerevoli universi ci sarà necessariamente qualcuno come voi che non siete voi il quale sta leggendo queste parole scritte da uno come me che non sono io su una Terra che non è la nostra Terra, in un paese che si chiama Italia ma non è l’Italia ed è governato da un presidente del Consiglio identico a Berlusconi ma che non è Berlusconi. Inutile dire che l’ultimo aspetto è il più inquietante, sicché mi auguro che queste teorie vengano primo o poi popperianamente falsificate.
L’intuizione del ripetersi di infiniti universi è antica. Oltre ai filosofi della Scuola di Mileto e a Giordano Bruno, ci pensò anche l’insospettabile scrittore francese Louis-Auguste Blanqui (1805-1881), socialista, utopista e rivoluzionario francese notoriamente sprezzante verso la scienza. Ma non sempre e non verso tutte le scienze. Blanqui credeva “ante litteram” negli universi paralleli poi teorizzati dalla meccanica quantistica e dai “superstringhisti”, credeva nei nostri doppi e nell’eterno ritorno dell’identico. Nelle Edizioni SE uscì qualche anno fa il suo libro “L’eternità attraverso gli astri”. Qui si legge: “L’universo si ripete senza fine, e scalpita senza avanzare. L’eternità recita imperturbabilmente nell’infinito le stesse rappresentazioni.”
Anche in questa prospettiva funziona la visione a infiniti mondi della fisica e dell’astrofisica moderne. Ma per Blanqui si trattava di una prospettiva che denuncia la monotonia dell’universo. Per me, se veramente così fosse, sarebbe la sua inesauribile ricchezza.
Altre informazioni su “Astri e particelle”: mostra a cura di Roberto Battiston, sede Roma, Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale, a dieci minuti dalla Stazione Termini.
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Luna, Marte, E.T.: un invito a "incontri lontani"
Lun, 18/01/2010 - 06:58“Incontri lontani” è il suggestivo titolo che Giancarlo Genta ha dato al suo ultimo libro, pubblicato dall’editore Lindau. Questo volume è al momento la sintesi più completa e aggiornata di quel nuovo settore della ricerca che si chiama bioastronomia: in 390 pagine analizza con rigore scientifico la complessa questione se esista vita intelligente nell’universo, quali aspetti possa assumere e come sia possibile per noi eventualmente entrare in contatto con civiltà aliene.
Professore ordinario al Politecnico di Torino, autore di oltre 200 lavori scientifici, attivo nel campo della robotica e della meccatronica, presidente del Centro Italiano Studi SETI e membro dell’Accademia Internazionale di Astronautica, Giancarlo Genta conosce ovviamente molto bene i rischi del tema che affronta. La confusione con Ufo e omini verdi è sempre in agguato quando si parla di vita aliena. Qui però siamo ben vaccinati, tant’è vero che nel libro troviamo anche un “intermezzo” dal titolo “La ricerca della stupidità terrestre”.
Dopo aver esaminato le implicazioni storiche, filosofiche e religiose di una eventuale vita intelligente aliena, Genta si mantiene saldamente ancorato alla Terra per esaminare, in via preliminare, l’enorme varietà di forme viventi che si sono sviluppate nell’ecosistema del nostro pianeta. C’è una tale diversità, tra un microrganismo, un albero, un fungo, un pesce, un uccello e un mammifero, che pure si sono evoluti in condizioni ambientali tutto sommato molto simili e ristrettissime, che la fiducia nell’esistenza di altre forme viventi nell’immensità dell’universo non può che rafforzarsi. La scoperta di pianeti extrasolari, e la prova che non si tratta di eccezioni ma della regola, negli ultimi anni ha confermato questa fiducia. Di qui Giancarlo Genta passa poi alle ipotesi sulla vita extraterrestre e ai tentativi di stabilire un contatto, cioè ai programmi di ricerca SETI dei quali proprio cinquanta anni fa Frank Drake fu pioniere con il Progetto OZMA. Ma prima ancora, ricordiamolo, il nostro Giuseppe Cocconi, fisico delle particelle al Cern scomparso di recente, e il suo collega Philip Morrison, con una lettera su “Nature” avevano suggerito le lunghezze d’onda sulle quali si poteva sperare di captare un segnale intelligente proveniente dallo spazio.
Visionaria ed entusiasmante è la conclusione che si legge nelle ultime righe dell’Epilogo che sigilla il libro: “In mancanza di un termine che sintetizzi l’essenza di un essere vivente autocosciente e intelligente, l’uomo dovrà estendere il significato di umano sino a includere tutte le specie intelligenti. La scoperta di intelligenze extraterrestri non sarà quindi un incontro tra uomini e alieni, ma tra uomini della Terra e uomini provenienti dalle profondità dello spazio”.
Chi avverte il fascino di questa prospettiva sarà interessato a sapere che “Incontri lontani” è anche il titolo di un ciclo di tre conferenze che Giancarlo Genta terrà prossimamente al Planetario Infini.To di Torino (www.planetarioditorino.it). La prima riguarderà i progetti di ritorno alla Luna (22 gennaio), la seconda uomini e robot nell’esplorazione del Sistema Solare (12 febbraio) e la terza proprio la ricerca di vita intelligente nel cosmo 26 febbraio).
Un uomo non può saltare sulla Luna. Benché l'affermazione sembri ovvia, il fisico americano Frank J. Tipler ne ha fornito una pignola dimostrazione. Per sfuggire all'attrazione della Terra il nostro saltatore deve raggiungere la velocità di 11 chilometri al secondo. Una persona di 50 chili che si muova a 11 chilometri al secondo ha una energia cinetica corrispondente al consumo di 760 mila calorie. Un chilogrammo di grasso ha un valore energetico di 9000 calorie, proteine e carboidrati circa la metà. Anche se il nostro saltatore fosse fatto interamente di grasso e riuscisse a trasformarlo completamente e istantaneamente in energia cinetica, svilupperebbe soltanto 460 mila calorie. Che non gli basterebbero per saltare sulla Luna. Inoltre l'accelerazione schiaccerebbe il saltatore. Il balzo comporterebbe di raggiungere la velocità di fuga in un decimo di secondo, il che equivale a 11 mila volte l'accelerazione di gravità, ma a 10 volte gli astronauti perdono già coscienza e a 20 l'organismo collassa. Dunque per conquistare lo spazio è inutile spiccare salti: la natura non ha concepito l'uomo in funzione dei viaggi spaziali. Ma dandogli l'intelligenza gli ha fornito lo strumento necessario per aggirare i suoi limiti fisici. Tant'è vero che l’uomo è già andato sulla Luna, molte navicelle hanno esplorato il sistema solare e un giorno forse avremo sonde interstellari.
A lungo termine sono immaginabili sonde che si autoriparano e addirittura che si riproducono utilizzando materiali dei pianeti più lontani grazie a una sorta di DNA informatico. John von Neumann (1903-1957) fantasticò di robot capaci di duplicarsi e di colonizzare la galassia. Frank Tipler, benché non abbia fiducia nei salti, sostiene che ciò non solo è possibile, ma rientra nell’inevitabile destino dell'umanità.
Certo per i viaggi spaziali del futuro i sistemi di propulsione dovranno evolversi radicalmente. La soluzione ultima in fatto di propulsione sarebbe un motore che utilizzasse l'annichilazione tra materia e antimateria. Concettualmente non è impossibile. A Ginevra, già nel 1994, un gruppo di fisici del Cern guidato dal tedesco Walter Oelert e dall'italiano Mario Macrì è riuscito a creare atomi di anti idrogeno. In esperimenti successivi, ne hanno messi insieme mucchietti di parecchie decine di migliaia. Di qui ad accumulare stabilmente un granello di antimateria la strada è lunga. Ma a parte le enormi difficoltà tecnologiche, c'è un aspetto economico: anche ammettendo che in un futuro lontano i fisici riescano a industrializzare la produzione di antimateria abbattendone i costi, si stima che il prezzo di un milligrammo di anti idrogeno sarebbe pur sempre di un milione di dollari.
Durante un congresso organizzato dalla Nasa a Cleveland nell'agosto 1997 si è tuttavia suggerito un trucco per aggirare il problema: secondo un'idea avanzata da Miguel Alcubierre, invece di far muovere il razzo nello spazio-tempo, si potrebbe far muovere lo spazio-tempo davanti al razzo. Cadrebbe così anche il limite della velocità della luce, e se Maometto non può andare alla montagna, sarà la montagna ad andare da lui. Alla stessa famiglia di idee folli e geniali appartiene la soluzione basata sul ricorso a buchi neri che mettano in comunicazione diretta luoghi dello spaziotempo in realtà lontanissimi se si seguono percorsi convenzionali: un po' come una matita non può impiegare meno di un dato tempo per tracciare una riga da un estremo all'altro di un foglio di carta, ma il limite non sussiste più se si avvolge la carta in modo da accostare i due punti.
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Pecetto di Valenza: rinati antichi strumenti astronomici
Lun, 11/01/2010 - 08:21L’inizio del nuovo anno ha portato con sé, come sempre, calendari e oroscopi. Tralasciando i secondi, che non meritano ulteriori perdite di tempo, in tema di calendari c’è da registrare un nuovo attacco al calendario gregoriano partito dagli Stati Uniti dopo quello tentato nel 1930 da George Eastman con l’appoggio della Lega delle Nazioni (l’Onu dell’epoca).
L’idea era di fare tredici mesi tutti di 28 giorni. Fallì perché il 4 luglio, anniversario dell’indipendenza Usa, sarebbe catuto il 17 del mese Sol. Si ripensò qualcosa del genere nel 1950 con il Worl Calendar, con mesi di 30 e 31 giorni senza anni bisestili, ma aveva una settimana di 8 giorni, anomalia difficile da digerire.
Questa volta la proposta si chiama “Symmetry454”, un calendario concepito da un professore dell’Università di Toronto, tale Irv Bromberg. In esso febbraio, maggio, agosto e novembre hanno 35 giorni, tutti gli altri ne hanno 28. Direi che non vale la pena di approfondire: le probabilità di successo del “SymmatrY454” appaiono vicine allo zero. Il vecchio calendario gregoriano, pur con le sue inevitabili imperfezioni dovute alla incommensurabilità della durata del giorno e della durata dell’anno, rimane la migliore soluzione possibile.
Lasciato alle nostre spalle il solstizio d’inverno, con l’inizio dell’anno si incomincia a notare che le giornate si allungano e il Sole culmina di giorno in giorno un po’ più in alto sull’orizzonte Sud. Questa è astronomia semplice, ma ha il suo fascino primordiale perché sono in gioco variazioni di luce e noi siamo animali sensibili a queste cose per via dei bioritmi, sia fisiologici sia psicologici.
Forse per questo stesso motivo troviamo così affascinanti gli orologi solari e gli altri antichi strumenti astronomici. Chi volesse vederne alcuni in funzione a confronto tra loro, non ha che da visitare il Parco astronomico inaugurato di recente sulla Rocca di Pecetto di Valenza (Alessandria) cogliendo l’occasione dell’Anno Internazionale dell’Astronomia (ufficialmente chiuso ieri con un importante convegno a Padova in diretta sul web).
Il merito dell’iniziativa, oltre che al sindaco, che ha dimostrato la sua attenzione per la cultura astronomica mettendo a disposizione la Rocca, va al Gruppo Astrofili Galileo, e in particolare al suo socio Luigi Torlai, esperto di gnomonica che ha realizzato le meridiane e gli altri strumenti del Parco.
Troviamo qui un “sentiero dei pianeti” lungo 200 metri, due postazioni per telescopi, una stazione meteorologica con webcam, un percorso botanico, un Cerchio Indù, un Cerchio di Ipparco, un Plinto di Tolomeo, una Rosa dei Venti ispirata al suo prototipo che sorgeva nell’isola di Zante presso la costa greca affacciata sul Mare Jonio, e meridiane a ore babiloniche, italiche e francesi (quest'ultima è nella foto).
Ed ecco qualche informazione tratta dalle note illustrative del Parco.
Il Cerchio Indù è un antichissimo strumento per localizzare sul suolo la direttrice Nord-Sud. Consiste nell’asta di uno gnomone al centro di alcuni cerchi. Si registra il punto su di un cerchio in cui cade l’ombra al mattino, e poi il punto simmetrico al pomeriggio. La linea che li congiunge, detta equinoziale, è diretta esattamente Est-Ovest. La sua perpendicolare passante per la base dello gnomone individua la linea meridiana Nord-Sud.
Il Cerchio di Ipparco è appunto un cerchio orientato opportunamente sulla linea meridiana. Negli equinozi l’estremità dell’ombra di un’asta verticale descrive, nell’arco della giornata, una linea retta: è la prova che il moto apparente del Sole avviene esattamente sull’equatore celeste, e ciò permette anche di stabilire la latitudine del luogo.
Il Plinto di Tolomeo è uno strumento che consentiva agli astronomi antichi di rilevare la latitudine misurando l’altezza del Sole mentre passava al meridiano locale.
Gli orologi solari del Parco astronomico di Pecetto di Valenza sono altri preziosi strumenti didattici che chiariscono la natura delle ore babiloniche, conteggiate a partire dal sorgere del Sole, di durata disuguale, delle ore italiche, conteggiate dal tramonto, e delle ore francesi (o moderne), giunto in Italia con le truppe napoleoniche alla fine del Settecento: il conteggio parte dalla mezzanotte (come si fa tuttora) e l’asta, anziché verticale, è inclinata: le ore sono indicate dalla sua direzione e non dalla sua estremità, come avveniva negli altri casi.
Chi vuole saperne di più può rivolgersi al Gruppo Astrofili Galileo.
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Padova capitale dell'astronomia il 9 e 10 gennaio
Sab, 02/01/2010 - 11:30Il 2009, anno Internazionale dell’Astronomia, ci ha salutati con una parzialissima eclisse di Luna che ha appena intaccato il bordo sud del nostro satellite nell’ora intorno al plenilunio, avvenuto alle 19 e 14 minuti del 31 dicembre. Evento poco spettacolare in sé, ma curioso perché da vent’anni non si verificava la coincidenza di una eclisse di Luna con l’ultima notte dell’anno. Peccato che le nubi abbiano a loro volta eclissato l’eclisse.
Quella che si è immersa nella penombra e, in piccola parte, nell’ombra della Terra, è stata anche, inevitabilmente, una “Blue Moon”. Non però nel senso di Luna blu, o di Luna malinconica. Questa espressione, che dà il titolo a una canzone scritta nel 1934 da Richard Rodgers e Lorenz Hart e resa famosa dalle intepretazioni di Benny Goodman, Billie Holiday, Ella Fitzgerald, Frank Sinatra fino a Elvis Presley, indica nel mondo anglosassone la seconda luna piena di uno stesso mese, un fatto relativamente raro ma non eccezionale, poiché tra due lune piene intercorrono circa 29 giorni e mezzo e i mesi, a parte febbraio, hanno tutti 30 o 31 giorni.
Secondo un’altra tradizione, con “Blue Moon” si indica anche la terza luna piena di una stagione in cui ce ne siano quattro, ma la cosa non cambia nella sostanza. In entrambi i casi, la relativa rarità del fenomeno giustifica il modo di dire “once in a blue moon”, che corrisponde alla nostra espressione “ad ogni morte di papa”, o meglio, data la frequenza, “ad ogni morte di vescovo”.
Il 2010 astronomico esordisce con il passaggio della Luna al perigeo alle 21,32 del 1° gennaio (alla distanza di appena 358.682 chilometri), il passaggio al perielio della Terra il 3 gennaio all’1,19 e, nella stessa notte, la punta di massima frequenza delle meteore appartenenti allo sciame delle Quadrantidi. Il 4 gennaio, poi, la Luna occulterà alle 2,02 la stella Pi della costellazione del Leone di magnitudine 4,7, con emersione dal bordo buio alle 3,01 (fenomeno osservabile da tutta l’Italia).
Abbiamo già ricordato che quello che abbiamo lasciato alle nostre spalle è stato, per volontà dell’Onu, l’Anno Internazionale dell’Astronomia.
Inaugurato solennemente a Parigi undici mesi fa, la sua conclusione ufficiale si avrà a Padova il 9 e 10 gennaio, in coincidenza con le osservazioni che in quella città veneta portarono Galileo Galilei a scoprire i quattro principali satelliti di Giove. La data però non è tassativa. Altri, per esempio il Planetario Infini.To di Torino, faranno durare l’Anno dell’Astronomia fino a una nuova data altamente simbolica: il 13 marzo 2010, quando si compiranno 400 anni esatti dalla pubblicazione del “Sidereus Nuncius”, il libretto di 56 pagine con cui Galileo annunciò le sue prime scoperte fatte puntando al cielo il cannocchiale.
In ogni caso, il 9 e 10 gennaio Padova sarà giustamente la capitale mondiale dell’astronomia, con la presenza di 300 astronomi, storici della scienza, diplomatici e rappresentanti politici provenienti da alcuni dei 145 paesi che hanno aderito a questa grande iniziativa scientifica. Per l’occasione, dal 6 al 10 sarà esposto un cannocchiale originale di Galileo (quello della foto è una riproduzione) accanto a una roccia lunare prestata dalla Nasa a 40 anni dal primo sbarco di astronauti sul satellite della Terra. Il tutto sarà arricchito da spettacoli teatrali, visite guidate alla Specola padovana, osservazioni di Giove organizzate per il pubblico, uno speciale annullo filatelico. La cerimonia di chiusura si potrà seguire in diretta su Internet.
Per altri particolari:
www.galileo2010.it
www.astronomy2009.it
beyond2009.org
Anche a prescindere dall’iniziativa dell’Unesco, il 2009 è stato per l’astronomia un anno importante. Lo rievochiamo con le parole che ha usato il presidente dell’Inaf, Istituto nazionale di astrofisica, Tommaso Maccacaro in un incontro con scienziati e giornalisti:
“Nel 2009 abbiamo scoperto l’ammasso di galassie più lontano conosciuto, è a 10,2 miliardi di anni luce da noi. Implica che quando l’universo aveva solo un quarto della sua età già esistevano grandi strutture formate e legate dalla gravità: una scoperta che darà lavoro ai teorici. Sempre in termini di scoperte scientifiche di altissimo impatto ricordo anche il più distante lampo gamma mai registrato. Scoperto nell’aprile di quest’anno, testimonia l’esplosione di una stella massiccia giunta al termine della sua vita quando l’universo aveva meno di settecento milioni di anni. Un po’ come dire quattro anni su una vita di ottanta. La sua distanza record è stata determinata al nostro Telescopio Nazionale Galileo situato alle Canarie. Il 2009 è stato anche l’anno del lancio dei satelliti Herschel per la radiazione infrarossa e Planck. Planck studia l’origine e la formazione dell’Universo e ha a bordo uno strumento realizzato da un team internazionale coordinato da un ricercatore dell’Inaf di Bologna. Sta raccogliendo dati eccezionali. C’è poi AGILE, un satellite tutto italiano dell’ASI che abbiamo costruito in collaborazione con l’INFN. AGILE non solo sta scoprendo cose interessantissime sull’emissione gamma dall’universo, per esempio ha svelato recentemente la presenza di un buco nero nella nostra galassia, nella costellazione del Cigno a soli 25.000 anni luce da noi, ma ci sta dando anche dati sorprendenti sulla produzione di lampi gamma nella nostra atmosfera durante i grandi temporali tropicali”.
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"Top ten" della scienza 2009 e i goal dell'astronomia
Gio, 24/12/2009 - 09:19Scorrono gli ultimi giorni dell’Anno internazionale dell’Astronomia, che, inaugurato a Parigi a gennaio, si concluderà ufficialmente, e solennemente, a Padova il 9-10 gennaio 2010 nell’aula magna di Palazzo del Bo. Scelta quanto mai simbolica, perché lì Galileo Galilei tenne i suoi insegnamenti di astronomia e fisica sperimentale e proprio in quei giorni di quattrocento anni fa a Padova scopriva i satelliti di Giove. Onore all’INAF, Istituto nazionale di astrofisica, per come ha saputo condurre le iniziative celebrative fino a questo approdo così significativo.
Per l’astronomia dal punto di vista comunicativo questo è stato un anno di grande popolarità, una straordinaria opportunità di diffusione. Ma per i suoi progressi nella conoscenza dell’universo e per la scienza in generale, com’è stato il 2009?
La rivista americana “Science” ha stilato la sua solita classifica di fine anno con le “top ten”, le dieci scoperte giudicate più importanti. Al primo posto troviamo il ritrovamento di Ardi, l’ominide più antico oggi noto (fino alla prossima scoperta?). L’Ardipithecus ramidus visse 4,4 milioni di anni fa in Etiopia, ben prima di Lucy, che risale a 3,5 milioni di anni fa. L’esemplare di cui si è ritrovato qualche resto era di genere femminile, pesava 50 chilogrammi ed era alto un metro e 20. Diciamo che non si tratta va di una ragazza snella.
L’astronomia compare con due scoperte: l’acqua sulla Luna, individuata forse in modo definitivo, dopo varie incertezze, grazie all’impatto della sonda Lcross (disegno) in un cratere vicino al polo sud lunare, e una stella di neutroni dalle caratteristiche particolarmente interessanti, rivelata dal satellite “Fermi”, sensibile alla radiazione a più alta energia. C’è poi un po’ di tecnologia (il laser Slac), fisica un po’ improbabile (ricerche sui fantomatici monopoli magnetici) e, più concreti, alcuni avanzamenti nelle scienze biologiche: la scoperta del Rapamicin, che ha dimostrato di poter prolungare la vita ai topi, dei recettori Aba, che aiutano le piante a resistere alla siccità, la Comeback Therapy, una cura genetica per contrastare i disturbi dello sviluppo.
In complesso possiamo dire che non è stato un anno entusiasmante. Ma per ciò che riguarda l’astronomia si chiude con due goal segnati dopo che “Science” aveva scelto le sue scoperte “top ten”.
Il primo risultato riguarda il pianeta Mercurio. Sean Solomon, “principal investigator” della missione della Nasa “Messenger”, ha annunciato il completamento della prima mappa che rappresenti il 100 per 100 della superficie del pianeta, risultato di tre flyby di “Messenger” integrati con le riprese compiute negli Anni 70 del secolo scorso dalla navicella “Mariner 10”. La risoluzione ottenuta va da 100 a 900 metri per pixel a seconda delle condizioni di illuminazione e dell’angolo prospettico. Le regioni meno ben conosciute sono quelle polari. La mappa della superficie di Mercurio (pari a 74 milioni 822.794,5 chilometri quadrati) è un mosaico di 917 immagini. Per il loro montaggio una accanto all’altra si è fatto ricorso 5301 punti di riferimento e sono state necessarie 18.834 misure di posizione. Si stima che l’imprecisione residua nell’accostamento delle tessere del mosaico fotografico sia di appena due decimi di pixel. La mappa servirà a organizzare le osservazioni della navicella “Messenger” quando entrerà in orbita intorno a Mercurio nella fase conclusiva della missione.
Il secondo è un freschissimo risultato che dovrebbe farci piacere, una specie di regalo di Natale. Non è una nascita ma una specie di ringiovanimento delle stelle fino all’età della culla quella che annuncia la rivista “Nature” nel suo numero in edicola alla vigila di Natale, e a firmare l’articolo è un gruppo di 10 ricercatori con una buona rappresentanza italiana, diretto da Francesco Ferraro dell’Università di Bologna. Il problema è semplice: gli astronomi talvolta si imbattono in stelle giovanissime, cioè in giganti blu, là dove non dovrebbero essercene, cioè fuori da regioni dove esistono condizioni perché possano formarsi nuove stelle. E’ il caso, per esempio, dell’ammasso globulare M 30 (gli ammassi globulari sono di regola formati da stelle vecchissime) che orbita intorno al centro della Via Lattea a una distanza di 28 mila anni luce da noi. Si parla, per queste stelle anomale, di “vagabonde blu”. Ora con il telescopio spaziale “Hubble” sono state studiate 24 stelle blu e un gruppo di altre 21 stelle più fredde e brillanti immerse tra le 600 mila stelle di M 30, vecchie di 13 miliardi anni.
Si è così chiarito che queste “vagabonde blu” si sono formate grazie a collisioni tra due stelle vecchie o al “cannibalismo” di una stella più massiccia che come un vampiro (disegno) ha risucchiato materia da un astro di massa minore. In entrambi i casi l’aumento di massa con l’acquisizione di altro idrogeno da usare come combustibile nucleare ringiovanisce le stelle, riportandole alla fase di gigante azzurra. Ciò è avvenuto perché M 30 circa un miliardo di anni ha subito un collasso del nucleo in quanto in esso la densità stellare era diventata troppo elevata.
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Da Galileo alla scoperta di un E.T. intelligente
Gio, 17/12/2009 - 09:48Se l’umanità riuscisse a scoprire un’altra civiltà nell’universo, questo sarebbe l’evento più importante della Storia. L’impresa è ovviamente difficilissima, ma un manipolo di scienziati visionari, disinteressati (difficile pubblicare in questo campo, quindi scarse prospettive di carriera) e pazienti (nessuno può dire se e quando ci sarà un traguardo) fin dagli Anni 60 del secolo scorso è al lavoro per intercettare un segnale radio intelligente proveniente dallo spazio. E’ il programma noto con la sigla SETI, Search for Extra Terrestrial Intelligence, avviato da Frank Drake, fortemente sostenuto da Carl Sagan (che ne fece anche il tema del suo affascinante romanzo “Contact” poi portato sullo schermo con grande successo) e ora guidato dalla radioastronoma americana Jill Tarter.
La scoperta di una civiltà aliena sarebbe un fatto di enorme portata anche perché sigillerebbe il processo culturale che da Copernico e Galileo in poi ha progressivamente allontanato l’uomo dal centro dell’universo dandogli una più corretta collocazione prima su un pianeta che orbita intorno al Sole, poi in una delle tante galassie, infine in un cosmo di “materia ordinaria” che rappresenta soltanto il 4 per cento rispetto a materia e energia oscure.
Di questo parlerà nell’ambito dell’Anno Internazionale dell’Astronomia Bruno Moretti Turri (foto), astronomo direttore del “Carl Sagan Astronomical Obsevatory, radioamatore e pioniere del programma SETI Italia, sabato 19 dicembre alle ore 17,30 al Planetario di Torino Infini.To, e non a caso il titolo della conferenza sarà "Filosofia e scienza: da Galileo a SETI". In apertura ci sarà l’ascolto dei brani musicali "Pulsar" e "Cygnus X-1" dall'opera "Atlas Coelestis, la musica e le stelle" del pianista e compositore Giovanni Renzo. La conferenza partirà dall'allargamento delle dimensioni dell'universo dalla piccola "matrioska" delle "sfere di cristallo" tolemaico-aristoteliche agli attuali 15 miliardi di anni luce, l'origine della specie umana, le basi scientifiche della bioastronomia, il programma SETI a caccia di intelligenza extraterrestre, SETI@home e calcolo scientifico distribuito, con tutte le riflessioni filosofiche suscitate dal tema della eventuale esistenza di alieni intelligenti. Per informazioni: 011 – 811 8640; www.planetarioditorino.it
Nato a Varese nel 1953, Bruno Moretti Turri, radioamatore IK2WQA, giornalista, scrittore e divulgatore scientifico, è stato uno dei pionieri della diffusione di SETI@home e del distributed computing in Italia con il suo “SETI ITALIA G. Cocconi” e della radioastronomia amatoriale con IARA, Italian Amateur Radio Astronomy, in collaborazione con università e centri di ricerca di tutto il mondo. E' astronomo specializzato in radioastronomia presso l'Osservatorio Astronomico Messier 13 di Tradate. Presidente dell'Academia Philosophiae Naturalis è da sempre impegnato alla divulgazione del naturalismo filosofico, cioè di una visione naturale del mondo basata sul razionale moderno metodo scientifico e di un'etica laica valida per tutti gli uomini tolleranti di buona volontà, oggi rappresentata dalla "Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e della Donna e del/la cittadino/a". In gioventù è stato anche imprenditore, alpinista d'alta quota e musicista.
Giuseppe Cocconi (1914-2008), al quale si intitola SETI Italia, è stato un brillante fisico delle particelle che, insieme, con il collega Philip Morrison, per primo, con un breve articolo pubblicato su “Nature” il 19 settembre 1959, suggerì come sviluppare un programma di radioascolto di eventuali segnali intelligenti provenienti dallo spazio. Altre informazioni: http://setiitalia.altervista.org/Bruno_IK2WQA.html
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Donne in astronomia: la prima fu una martire (pagana)
Lun, 14/12/2009 - 07:24Uno dei temi fondamentali proposti dall’Anno Internazionale dell’Astronomia è quello della presenza femminile nel millenario sforzo umano per conoscere l’universo. La sede Unesco di Torino ha lanciato in proposito uno specifico progetto rivolto alle scuole. A questo proposito può essere utile fornire agli studenti qualche informazione di base sul ruolo svolto dalle donne astronomo. Incominciamo dall’antichità.
Qualcuno ha detto che quello degli astronomi è il “secondo mestiere più antico del mondo”. Battute a parte, in effetti le origini dell’astronomia sono molto remote e in ogni parte del mondo coincidono con le prime forme di cultura di tutte le civiltà. Ovviamente all’inizio astrologia, astronomia e religione si confondevano. Sole, Luna e pianeti erano divinità, e le figure degli astronomi e dei sacerdoti spesso coincidevano. Con poche eccezioni, l’esercizio di questi studi e culti era soprattutto un impegno maschile. E così è stato anche dopo, in epoca propriamente scientifica, fino quasi ai nostri giorni. Giustamente, quindi, l’Anno Internazionale dell’Astronomia proclamato dall’Onu per il 2009 ha posto tra i suoi obiettivi principali la valorizzazione del ruolo delle donne nella scienza del cielo.
Nonostante tutto, in astronomia le donne fanno la loro comparsa, sia pure marginale e minoritaria, abbastanza presto. Per limitarci all’ambito euro-asiatico, abbiamo testimonianza dell’astronoma-sacerdotessa En-Edu-Anna a Babilonia nel 2400 avanti Cristo sotto l’imperatore Sargon, di Aganike, figlia del faraone Sesostri, in Egitto intorno al 1900 a.C. e di Aglaonike, attiva in Grecia nel 500 a.C. al tempo della Scuola filosofica ionica. A lei è attribuita la spiegazione del meccanismo delle eclissi di Luna.
La prima figura un po’ nota è però Ipazia, vissuta ad Alessandria d’Egitto nel quarto secolo dopo Cristo. Bella e gentile, fu soprattutto matematica, grande conoscitrice del cielo e anche appassionata divulgatrice del suo sapere. Per questo, oltre che per la sua fede pagana, fu mandata a morte dai cristiani. Nell’affresco della “Scuola di Atene” (1509-1511, Palazzi Vaticani) Raffaello Sanzio ce ne tramanda l’immagine: è l’unico personaggio che guardi verso lo spettatore, quasi un atto di sfida. Con una scelta singolare, il Planetario di Torino Infini.To ha scelto lei – non Aristarco, Ipparco o Tolomeo – come rappresentante dell’astronomia antica: è Ipazia ad accogliere i visitatori e a raccontare la cosmologia delle sfere di cristallo in armoniosa rotazione intorno alla Terra immobile.
Non conosciamo le date precise della nascita e della morte di Ipazia. La sua vita si colloca tra il 360 e il 402 dopo Cristo ma fu probabilmente ancora più breve di questo arco di tempo. Di lei ci restano poche notizie riportati per via indiretta, tra le quali compaiono alcune frasi da lei indirizzate ai fratelli e al suo allievo Sinesio. A istruirla nella matematica fu inizialmente il padre ma poi Ipazia seguì anche altri maestri. Si devono a Ipazia e a suo padre le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell’Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di rimozione.
A Ipazia è anche attribuita l’invenzione dell’idroscopio, uno strumento che serviva per misurare il diverso peso specifico dei liquidi. In filosofia fu una seguace del pensiero di Platone, ma piuttosto eclettica. L’insegnamento e la diffusione delle conoscenze matematiche, astronomiche e filosofiche fu uno dei suoi principali impegni: a buon diritto possiamo quindi considerarla come una pioniera della moderna divulgazione scientifica.
Il vescovo Cirillo fu il mandante dei fanatici cristiani suoi assassini. L’uccisione di Ipazia fu, secondo alcune fonti, incredibilmente cruenta e selvaggia: “una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi [...] uccise la filosofa [...] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi». Come si vede, fanatismo e fondamentalismo religioso non hanno tempo.
A Ipazia hanno dedicato un romanzo arrivato in questi giorni in libreria Adriano Petta e Antonio Colavito: “Ipazia. Vita e sogni di una scienziata del IV secolo” (La Lepre Edizioni), con prefazione di Margherita Hack. Altre informazioni si possono trovare in questi libri:
Cirillo di Alessandria e Sinesio di Cirene, Epistolario, Milano 1969. Sinesio di Cirene, Il Regno, Milano 1970.
Gemma Beretta, Ipazia d’Alessandria, Editori Riuniti
Augusto Franchetti (a cura di), Roma al femminile, ed. Laterza
Q. Bigoni “Ipazia alessandrina” in Atti Istituto Veneto K.
Prachter “Filosofia dei greci”
“Il Teurgo” settembre-ottobre 1985
G. Quiriconi, Notizia storico-critica su Ipazia e Sinesio, Milano 1978.
A. Agabiti, Ipazia, Ragusa 1979. G. Bigoni, Ipazia alessandrina. Studio storico, Venezia 1887. www.womensciencenet.org
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Astronomia: grandi idee regalate al mondo
Sab, 05/12/2009 - 16:51Ne parlano a Torino Ernesto Ferrero, Stefano Sandrelli e Piero Galeotti
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Ripartito LHC: scoprirà la materia oscura?
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Galileo e le sue "reliquie" con Odifreddi al Planetario di Torino
Dom, 22/11/2009 - 09:35L’ultima notizia su Galileo Galilei non è scientifica, è da film dell’orrore: gli oscuri meandri di un’asta hanno restituito il dito pollice e il dito indice della sua mano destra, nonché un dente. Diventeranno una macabra attrazione del “Museo Galileo” che si aprirà nella prossima primavera, riallestimento sotto nuovo nome del Museo di storia della scienza di Firenze diretto da Paolo Galluzzi. I reperti ora riemersi, dei quali non si aveva notizia dal 1905, si aggiungono al dito medio e alla quinta vertebra lombare, già in possesso rispettivamente del museo fiorentino e dell’Università di Padova.
Tutte queste reliquie laiche furono sottratte al cadavere di Galileo il 12 marzo del 1737 quando, sopiti gli echi della condanna del Sant’Uffizio, le sue spoglie, che novantacinque anni prima erano state sepolte in sordina sotto il campanile di Santa Croce, furono esumate per essere solennemente accolte in chiesa, nel sepolcro monumentale fatto costruire di fronte alla tomba di Michelangelo, dove avrebbero poi ispirato il poeta Ugo Foscolo.
Del dito medio e della vertebra non si sono mai perse le tracce. Protetto in una ampolla di cristallo che poggia su una base di marmo con una iscrizione celebrativa opera dell’astronomo Tommaso Perelli (1704 – 1783), il dito medio passò ad Angelo Maria Bandini, che lo fece esporre nella Biblioteca Laurenziana, di cui era direttore. Nel 1841, fu trasferito nella “Tribuna di Galileo”, appena inaugurata nel Museo di Fisica e Storia Naturale. Insieme con gli strumenti scientifici delle collezioni mediceo-lorenesi, dal 1927 è patrimonio del Museo di Storia della Scienza di Firenze. Quanto alla vertebra, dalle mani del Cocchi passò a quelle del figlio Raimondo e da questi al patrizio veneto Angelo Querini, che a sua volta la diede al letterato vicentino abate Agostino Vivorio, amico del concittadino medico Domenico Thiene. Quest'ultimo, dopo aver tentato con ogni mezzo di venirne in possesso, vide realizzato il suo desiderio grazie alla contessa Isabella Thiene, che riuscì a convincere l’abate ad affidare al medico la reliquia galileiana, il giorno di natale del 1820. In realtà Domenico Thiene non voleva il cimelio per sé, ma desiderava donarlo all’Università di Padova perché lo collocasse nell’aula di scienze. E così in effetti è stato, in memoria del fatto che a Padova Galileo insegnò matematica per 18 anni e trascorse il periodo più felice della sua vita.
Le altre due dita e il dente, acquisiti dal marchese Capponi, passarono per molte mani, fino a quando, nel 1905, se ne persero le tracce. Sono riemerse ora dall’ombra del passato con la vendita all’asta di un lotto di provenienza ignota: una teca di legno ottocentesca con un busto di Galileo. Aperta la teca, si è trovata un’ampolla settecentesca in vetro soffiato contenente le due dita e il dente. L'anonimo collezionista ha identificato i resti di Galileo e, con un gesto che gli fa onore, li ha consegnati al museo di Firenze.
Non del Galileo anatomico ma del Galileo matematico parlerà venerdì 27 novembre, ore 19, Piergiorgio Odifreddi (foto) al Planetario Infini.To, accanto all’Osservatorio astronomico sulla collina di Pino Torinese (www.planetarioditorino.it). Odifreddi, logico matematico già professore all’Università di Torino e alla Cornell University di New York, ha appena pubblicato presso l’editore Mondadori “Hai vinto, Galileo!”. Questo libro è il punto di arrivo di una frequentazione iniziata nel 2001, quando durante un viaggio in India Odifreddi si portò come lettura il “Dialogo dei massimi sistemi”. Seguirono a Cosenza e a Ivrea messe in scena teatrali dell’abiura con padre George Coyne, allora direttore della Specola Vaticana, e monsignor Luigi Bettazzi, poi letture delle opere galileiane al Circolo dei Lettori di Torino e una “intervista impossibile” al Festival della Mente di Sarzana.
“Hai vinto Galileo!” è l’esclamazione attribuita a Giuliano l’Apostata nell’atto di arrendersi al trionfo di Gesù Cristo e del cristianesimo il 26 giugno 363. Il primo a riprenderla fu Keplero nel 1611 scrivendo la “Relazione sulle proprie osservazioni dei quattro satelliti di Giove”, dove riconosce i meriti scientifici dello scienziato italiano.
E’ superfluo dire che quello di Odifreddi è un libro polemico. Contro la Chiesa che condannò Galileo, ma anche contro Galileo stesso, al quale vengono rimproverati molti errori scientifici, esistenziali e morali, incluso il cedimento che lo portò ad abiurare le proprie convinzioni sul moto della Terra, in ginocchio davanti agli inquisitori del Sant’Uffizio. L’incontro con Odifreddi al Planetario di Torino si annuncia quindi molto interessante e imprevedibile. Tra gli altri spunti ci sono infatti anche il confronto con Giordano Bruno, che finì al rogo per aver sostenuto la pluralità dei mondi abitati e l’infinità dell’universo, con Isaac Newton, che completò l'opera di Galileo, e con l’opinione provocatoria espressa da Italo Calvino sul “Corriere della Sera” il 24 dicembre del 1967, secondo la quale Galileo Galilei fu anche il più grande scrittore italiano.
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